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Un disco doppio per uscire dall’ombra: Kiss Me Kiss Me Kiss Me dei Cure

Per qualcuno è soltanto un disco nero dentro una copertina dai colori accesi, uno di quegli LP che richiedono spazio, attenzione e il gesto ormai insolito di girare lato. Per chi riconosce quei titoli e quella voce, è una piccola architettura sonora degli anni Ottanta. Kiss Me Kiss Me Kiss Me è il settimo album in studio dei Cure, pubblicato nel 1987: un lavoro ampio, originariamente concepito in formato doppio su vinile, nel quale il gruppo inglese mise vicine canzoni pop luminose, chitarre nervose, ritmi danzabili e atmosfere più scure. Conta perché fotografa un passaggio decisivo: una band nata nell’orbita post-punk conserva le proprie inquietudini ma accetta dimensioni melodiche e sonore più aperte. Su LP questa varietà non è un dettaglio tecnico. I lati dividono l’ascolto in soste, costringono a prendere tempo e rendono percepibile la misura fisica di un album che non voleva essere un semplice contenitore di singoli.

Un album del 1987, ma non un solo suono

Kiss Me Kiss Me Kiss Me riunisce registri molto diversi e proprio questa oscillazione è la sua caratteristica più riconoscibile. L’album uscì nel maggio 1987, dopo sessioni svolte tra gli studi Miraval in Francia e Compass Point a Nassau; la sua pubblicazione precede di due anni Disintegration, altro capitolo fondamentale della discografia dei Cure. La scheda storica dell’album registra anche una particolarità materiale oggi eloquente: le edizioni potevano variare tra LP, compact disc e cassetta, con un numero di brani non sempre identico a seconda del formato, come riporta la pagina dedicata all’album e ai suoi formati.

Non è però un disco che procede per compartimenti ordinati. L’apertura può essere tesa e stratificata, poi lascia spazio a episodi brevi, melodie ariose, pulsazioni quasi funk e improvvise ombre psichedeliche. Questa mobilità racconta bene un’epoca in cui l’alternative rock britannico poteva dialogare con il pop senza smussare del tutto gli spigoli. Robert Smith e i Cure non abbandonano malinconia, distorsione o ambiguità; le espongono semplicemente in una stanza più grande.

La durata generosa, che su vinile richiede più facciate, è dunque parte dell’idea. Non tutti gli ascoltatori cercano un album così esteso, e l’abbondanza può perfino apparire dispersiva se affrontata distrattamente. Ma il suo fascino sta anche qui: non offre una sola temperatura emotiva e non si lascia ridurre a un brano celebre.

Perché il doppio LP cambia il modo di ascoltarlo?

Il doppio LP trasforma l’ascolto in quattro sequenze brevi, separate dal gesto concreto di sollevare il braccio del giradischi e voltare il disco. Un 33 giri ruota a trentatré giri e un terzo al minuto: la puntina legge un solco continuo, dal bordo verso il centro, traducendo minuscole variazioni fisiche in suono. È un procedimento affascinante proprio perché non è invisibile. Si avverte il lieve fruscio prima dell’attacco, si guarda l’etichetta centrale girare, si misura il tempo.

Il vinile, però, non è magicamente superiore a ogni altro supporto. Può raccogliere polvere, accumulare elettricità statica, rivelare graffi e soffrire il calore; una puntina non regolata o un disco posato male può aggiungere distorsioni che non appartengono alla registrazione. In cambio, chiede un’attenzione attiva. Un album doppio come questo rende evidente quella richiesta: non lo si lascia scorrere con la stessa noncuranza di una playlist, perché ogni cambio di lato interrompe e rinnova l’ascolto.

Negli anni Ottanta il CD si presentò anche come risposta pratica a questi limiti: più compatto, meno esposto ai rumori di superficie e capace di ospitare durate diverse. Nel passaggio tra i formati, tuttavia, la sequenza dei brani non restava necessariamente identica. La scaletta dell’edizione originale, con diciassette tracce e un’apertura affidata a The Kiss, è documentata nella scheda discografica del master dell’album. Per chi ascolta un LP, l’ordine non è un’informazione secondaria: è la strada pensata per attraversare il disco.

Vinile LP Kiss Me fotografato da vicino
Un LP conserva insieme musica, grafica e tracce materiali della sua circolazione.

Dal post-punk al pop: la svolta dei Cure

Con questo disco i Cure ampliarono il proprio vocabolario senza diventare una band lineare. Il post-punk aveva insegnato loro l’essenzialità tagliente, il basso in primo piano, la tensione ritmica e il gusto per l’ombra; nel 1987 entrano con più evidenza chitarre larghe, fiati in alcuni passaggi, tastiere e ritmi che guardano alla pista da ballo. Il risultato non è un compromesso pacificato, ma un continuo attrito fra desiderio di comunicare e piacere di disorientare.

La casa discografica Rhino descrive Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me come un album più accessibile e ambizioso dei precedenti, sottolineando l’allargamento della tavolozza di Robert Smith con chitarre più imponenti, sezioni di fiati, archi e inflessioni funk. È una lettura utile della svolta sonora riconosciuta da Rhino: non una conversione al pop nel senso più semplice, bensì l’uso di forme pop per far passare emozioni irregolari.

Brani come Why Can’t I Be You? e Just Like Heaven resero il gruppo più ascoltato fuori dal pubblico già fedele. Accanto a loro restano canzoni che rallentano, si aggrovigliano o lasciano spazio a colori meno immediati. Questa convivenza spiega perché il disco continui a interessare: la sua parte più nota non cancella quella laterale. Anzi, la rende raggiungibile.

Che cosa racconta la copertina prima della musica?

La copertina racconta che l’album rifiuta la sobrietà monocroma e preferisce un’immagine straniante, quasi tattile, costruita con colori saturi e figure difficili da fissare. Per un LP la grafica non era un’icona grande pochi centimetri sullo schermo: era una superficie da tenere in mano, guardare a distanza e avvicinare per leggere crediti, titoli e dettagli. Nel caso di Kiss Me Kiss Me Kiss Me, l’artwork è attribuito ad Andy Vella e Porl Thompson nelle informazioni di pubblicazione riportate dalle fonti discografiche.

Quella copertina non promette realismo. Fa piuttosto pensare a un’immagine ricomposta dal ricordo, con l’intensità un po’ artificiale di certe fotografie sviluppate male o sovraesposte. È coerente con il suono: canzoni che sanno essere immediate, ma non limpide nel senso rassicurante del termine. Anche senza conoscere la musica, il titolo ripetuto tre volte e l’immagine visiva suggeriscono eccesso, insistenza, desiderio che non riesce a fermarsi alla prima dichiarazione.

Il formato grande contribuisce a questa esperienza. Con il passare dei decenni, bordi consumati, pieghe e segni d’uso possono trasformare una copertina in una cosa diversa da una ristampa appena uscita dalla fabbrica. Non sono automaticamente pregi o difetti: sono condizioni materiali da osservare con precisione. La collezione di LP e vinili di Antichea invita anche a questo tipo di sguardo, attento al disco come oggetto editoriale oltre che come supporto musicale.

I brani più noti bastano a spiegare il disco?

I singoli più celebri aprono la porta, ma non bastano a esaurire il senso di un album costruito per contrasto. Just Like Heaven è diventata una delle canzoni più riconoscibili dei Cure grazie alla sua spinta melodica, mentre Why Can’t I Be You? mostra il lato più vivace e ritmico della band. Eppure ascoltare soltanto questi brani significa perdere il modo in cui sono messi in relazione con episodi lunghi, inquieti o quasi sospesi.

La scala del progetto emerge da alcuni contrasti concreti:

  • aperture dilatate, che lasciano respirare chitarre e tensione ritmica;
  • canzoni pop concise, costruite su ritornelli memorabili e slancio melodico;
  • ritmi ballabili, talvolta più giocosi di quanto ci si aspetti dall’immaginario gotico associato al gruppo;
  • passaggi notturni e obliqui, dove voce, basso e tastiere disegnano spazi meno stabili;
  • un finale combattivo, che evita di chiudere il percorso su una nota consolatoria.

Questo non significa che ogni facciata sia ugualmente immediata. Significa che l’album ha bisogno di tempo per mostrare il proprio disegno. La cultura dell’ascolto domestico su vinile, nel suo lato migliore, favoriva proprio questa disponibilità: mettere un disco non equivaleva soltanto a scegliere musica, ma a riservarle una porzione di pomeriggio o di sera.

Un oggetto musicale è anche un documento d’uso

Un LP usato è anche un documento di come la musica ha abitato una casa. La busta interna estratta con cautela, il disco impugnato dal bordo e dall’etichetta, la puntina abbassata con una piccola leva: gesti semplici, ma non neutri. Richiedono mani relativamente pulite, un piano stabile, una custodia in cui riporre tutto alla fine. Per questo un vinile porta spesso una storia silenziosa fatta di attenzione o di trascuratezza.

Il suo valore culturale non coincide con la rarità presunta né con l’idea che ogni vecchio disco sia prezioso. Conta la possibilità di leggere un’epoca attraverso un manufatto riproducibile: tecnologia di registrazione, design grafico, distribuzione internazionale, abitudini di acquisto, trasformazioni del gusto. A fine anni Ottanta molte persone avevano già iniziato a sostituire parte della propria esperienza musicale con cassette e CD, formati più maneggevoli e, nel caso della cassetta, trasferibili in automobile. L’LP non scomparve, ma cambiò posto nella vita quotidiana.

Oggi lo si cerca spesso proprio per la sua lentezza. Non è nostalgia obbligatoria: è una modalità d’ascolto diversa, con limiti reali e piaceri altrettanto reali. Il rumore iniziale può disturbare; il lato che finisce può interrompere un momento; la copertina, invece di scorrere via, resta davanti agli occhi. Per un disco nato dalla varietà come Kiss Me Kiss Me Kiss Me, questa presenza fisica aiuta a cogliere ciò che l’ascolto frammentato tende a nascondere.

Come ascoltare oggi Kiss Me Kiss Me Kiss Me su vinile?

Ascoltarlo oggi su vinile significa trattarlo con cura tecnica, ma soprattutto concedergli un tempo non distratto. Prima di iniziare conviene verificare che il disco sia pulito e che la puntina sia in buono stato; poi vale la pena seguire la successione dei lati senza saltare subito ai brani familiari. Non per un obbligo filologico, ma perché l’album alterna deliberatamente euforia, attrito e malinconia.

La scena musicale che lo produsse non esiste più nello stesso modo. Le canzoni viaggiano ora in pochi secondi tra piattaforme, archivi digitali e auricolari; l’album non è più necessariamente l’unità con cui scopriamo un artista. Eppure questo disco mantiene una forma riconoscibile perché nacque già eccentrico rispetto a un’identità unica: troppo pop per chi voleva soltanto il lato oscuro dei Cure, troppo inquieto per chi cercava pop levigato. È la sua irregolarità a tenerlo vivo.

Un vinile così ricorda infine che la musica registrata ha sempre un corpo: pesa poco ma occupa spazio, può graffiarsi, richiede un gesto e restituisce un tempo di ascolto diviso in lati. Vi è mai capitato di riconoscere un album non dal primo brano, ma dal momento preciso in cui vi alzavate per voltare il disco? Se desiderate ritrovare quella scansione concreta attraverso questo titolo, potete osservare il vinile LP 33 Kiss Me proposto da Antichea.

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