Per qualcuno è soltanto una tela datata, appesa in una cornice e lontana quasi un secolo dal nostro sguardo. Per chi riconosce la vibrazione di una pennellata e il modo in cui una luce costruisce l’aria, può essere una soglia aperta sulla pittura italiana fra le due guerre. Angelo Del Bon fu un pittore milanese, formato all’Accademia di Brera, che negli anni Trenta trovò nel paesaggio, nelle figure e nelle nature morte un linguaggio personale: colori schiariti, contorni leggeri, atmosfere in cui le cose sembrano emergere dalla luce invece di essere chiuse in una struttura rigida. Un’opera a olio su tela del 1936 conta dunque non solo come oggetto d’arte, ma come testimonianza di una stagione in cui molti pittori lombardi cercavano una misura diversa della modernità: meno monumentale, più attenta al clima, alle ore del giorno, alle presenze ordinarie. È una pittura che chiede vicinanza e tempo.
Un pittore indipendente nella Milano del primo Novecento
Angelo Del Bon nacque a Milano nel 1898 e morì a Desio nel 1952, costruendo una ricerca figurativa personale nel cuore della cultura artistica lombarda. Figlio di un pellicciaio e di un’insegnante di conservatorio, entrò giovanissimo a Brera contro le attese del padre; qui seguì Antonio Ambrogio Alciati e conseguì il diploma nel 1922, come ricostruisce la biografia di Angelo Del Bon nel Dizionario Biografico. Non è un dettaglio biografico ornamentale. Brera gli offrì un rapporto solido con il disegno, il ritratto e la tradizione lombarda, cioè con una pittura capace di prendere sul serio la materia visibile senza ridurla a esercizio accademico.
Nei primi anni la sua tavolozza fu descritta dalla critica come scura e terrosa. È facile immaginare, davanti a opere di quel clima, bruni densi, rossi trattenuti, fondi che assorbono la luce; ma sarebbe sbagliato pensare a un percorso immobile. Verso la fine degli anni Venti il pittore iniziò a schiarire progressivamente il colore. La trasformazione non fu una conversione a una formula di gruppo: Del Bon partecipò nel 1929 alla seconda mostra del Novecento Italiano, ma mantenne una posizione autonoma, poco incline alla solennità plastica e alla composizione ferma tipiche di tanta pittura del movimento.
Quell’indipendenza è il suo tratto più interessante. Mentre l’epoca chiedeva spesso immagini compatte, ordinate e persuasive, Del Bon preferì far lavorare l’incertezza della luce: non l’effetto spettacolare, ma il passaggio delicato tra un tono e l’altro.
Che cosa significa chiarismo lombardo?
Il chiarismo lombardo è una tendenza degli anni Trenta che alleggerisce la forma attraverso toni luminosi, impasti sottili e atmosfere più che volumi monumentali. Non fu un movimento organizzato con manifesti e regole condivise, ma una costellazione di pittori attivi soprattutto in area milanese e lombarda, diversi fra loro e accomunati da un uso più arioso del colore. Il termine può suggerire un’arte facile o decorativa; in realtà dipingere chiaro è difficile. Un bianco non è mai soltanto bianco: può essere latteo, grigio, freddo, polveroso, rosato. E se manca il giusto rapporto con i colori vicini, una superficie luminosa diventa subito piatta.
Nel caso di Angelo Del Bon, il chiarismo va inteso come una direzione critica, non come un’etichetta che esaurisce ogni dipinto. La sua pittura tende a sciogliere il peso della forma in una tessitura cromatica più mobile. I margini delle cose possono restare visibili, ma non hanno la durezza del contorno inciso; paesaggi e figure sembrano respirare nello stesso spazio atmosferico. La Fondazione BAM ricorda proprio i suoi paesaggi chiaristi ispirati al Garda e alle colline, nati anche dalle permanenze nel territorio mantovano fra il 1933 e il 1942.
Questa scelta possedeva anche un valore di contrasto. Alla retorica dell’immagine definitiva opponeva una realtà che muta: il velo dell’umidità, una riva che arretra nello specchio dell’acqua, la neve che spegne i contrasti, un volto attraversato da un riflesso. Non c’è evasione. C’è attenzione.

Il 1936: perché è un anno utile per leggere questa tela?
Nel 1936 Del Bon era nel pieno della maturazione di un linguaggio luminoso, sviluppato fra paesaggio, figura e osservazione quotidiana. Non conosciamo, dai dati disponibili, il soggetto dell’opera qui considerata, né è corretto dedurlo dalla data. Sappiamo però che il 1936 cade dentro una fase ben riconoscibile: gli anni delle frequentazioni mantovane e dei soggiorni che offrirono all’artista nuovi motivi di paesaggio, dalle colline alle rive del Lago di Garda. In quegli stessi anni la sua pittura non si limitava a registrare una veduta; cercava l’istante in cui l’occhio percepisce insieme distanza, aria e colore.
Un confronto documentario aiuta a mettere a fuoco il periodo senza forzare l’identificazione dell’opera: la Fondazione BAM conserva Periferia di Mantova del 1934 e Nevicata del 1937, quest’ultima un olio su tela di 56 × 60 centimetri. La vicinanza cronologica mostra quanto gli anni centrali del decennio fossero fecondi per il pittore. Anche la scheda dell’artista nella Collezione Giuseppe Iannaccone registra opere del 1934 e del 1935, a conferma di una presenza attiva nella pittura italiana del tempo.
Il 1936 non è quindi un numero scritto sul retro di una cornice. È il punto di un percorso. La pittura italiana viveva allora una forte tensione fra ritorno alla tradizione, esperienze internazionali e desiderio di un linguaggio contemporaneo; Del Bon scelse una contemporaneità non gridata, affidata alla qualità percettiva della visione.
Come si guarda un olio su tela degli anni Trenta?
Un olio su tela degli anni Trenta si legge osservando prima la superficie e la luce, poi il soggetto, perché la tecnica conserva le decisioni materiali del pittore. La tela è un supporto flessibile: può tendersi e rilassarsi al variare di umidità e temperatura, mentre gli strati pittorici a olio invecchiano con tempi diversi. Per questo la visione non dovrebbe mai iniziare da un giudizio sbrigativo sul “bello” o sul “vecchio”. Bisogna avvicinarsi, poi allontanarsi. Da vicino si cercano l’andamento del pennello, le zone più corpose, eventuali trasparenze; da lontano si controlla se l’immagine mantiene il proprio equilibrio.
In una pittura orientata alla luminosità, sono particolarmente rivelatori:
- il passaggio fra ombra e luce, spesso più graduale che netto;
- la temperatura dei grigi, che possono spostarsi verso l’azzurro, il rosa o l’ocra;
- la presenza di velature, sottili film di colore che modificano ciò che sta sotto;
- la pressione del gesto, ora lieve ora più carica di materia;
- il rapporto tra contorno e sfondo, utile per capire quanto una figura o un oggetto siano immersi nell’atmosfera;
- la risposta della superficie alla luce laterale, che rende percepibili rilievi e irregolarità.
Ci sono anche cautele pratiche. Una tela non va esposta a sole diretto, fonti di calore o sbalzi ambientali; non va pulita con acqua, alcool, detergenti o panni aggressivi. La polvere superficiale e gli interventi di conservazione richiedono competenze specifiche. L’olio possiede una profondità inconfondibile, ma è una materia viva e vulnerabile: proprio questa fragilità fa parte della sua presenza fisica.
Paesaggio, figura e natura morta: una pittura della presenza
Nei soggetti affrontati da Del Bon conta meno il racconto spettacolare della capacità di rendere presente un luogo, un corpo o un oggetto attraverso le relazioni cromatiche. I paesaggi sono fondamentali, ma non esauriscono la sua opera. Dopo il periodo mantovano l’artista si dedicò anche alla figura, al ritratto e alla natura morta, come segnala il profilo biografico della Fondazione BAM. È una pluralità significativa: chi dipinge una persona, un vaso di fiori o una riva può affrontare problemi diversi, ma in tutti i casi deve decidere come la luce tocchi le superfici e quanto spazio lasciare all’aria attorno alle cose.
La natura morta, per esempio, non è un genere minore o un riempitivo domestico. Negli anni Trenta permetteva di misurare senza retorica l’accordo fra una brocca, un tavolo, un tessuto, un’ombra. Il ritratto portava invece la questione sul volto e sulla postura: non la semplice somiglianza, ma il tono di una presenza. Il paesaggio offriva la prova più aperta, perché il cielo, l’acqua e le distanze non hanno contorni stabili.
Il profilo di Angelo Del Bon nel Catalogo dell’Arte Moderna riproduce un Paesaggio con cascina e contadini, ulteriore esempio della centralità del motivo rurale nella sua produzione. Tuttavia, di fronte a una tela singola, le somiglianze iconografiche non bastano per dare titoli o datazioni ulteriori. Il confronto serve a educare lo sguardo, non a sostituire una ricerca attributiva.

Perché questa pittura ci parla ancora?
La pittura di Del Bon parla ancora perché restituisce valore ai tempi lenti dell’osservazione, oggi poco allenati da immagini veloci e luminose per conto proprio. Nel nostro quotidiano la luce appare spesso già regolata da schermi, fotografie automatiche e interni uniformemente illuminati. Un dipinto a olio richiede il contrario: la luce dell’ambiente cambia la sua lettura, un tono si rivela accanto a un altro, la materia trattiene il gesto di chi l’ha posata. Non offre la stessa immagine a ogni ora.
Questa qualità non rende il passato migliore del presente. Gli anni Trenta furono anni complessi e duri, segnati anche dalla pressione politica del regime e da un sistema espositivo tutt’altro che neutrale. La pittura non vive fuori dalla storia. Ma proprio per questo è interessante osservare come un artista potesse difendere, entro quel contesto, una ricerca non enfatica e ostinatamente sensibile alle variazioni del reale.
Chi cerca Angelo Del Bon trova dunque più di una firma o di una data. Trova un pittore che lega la tradizione lombarda a una particolare idea di modernità: non la rottura rumorosa, ma la forma che si alleggerisce fino a far contare il pulviscolo della luce. Per proseguire questo itinerario fra opere pittoriche del Novecento, è pertinente consultare la selezione di quadri e dipinti di Antichea.
Una tela del 1936 come documento di sguardo
Un’opera di Del Bon datata 1936 è, prima di tutto, un documento di sguardo: conserva il modo in cui la pittura poteva trasformare la realtà osservata in atmosfera. Le misure dichiarate della sola opera sono 56 × 75 centimetri; con la cornice, l’ingombro indicato arriva a 87 centimetri in altezza e 73 in larghezza. Sono dati concreti, utili per capire che non si tratta di un’immagine astratta da scorrere, ma di un manufatto con una scala precisa, una superficie e una presenza nello spazio. Di una tela così non conviene pretendere una lettura istantanea: va guardata con una luce non abbagliante e con la disponibilità a lasciare che i colori si assestino nell’occhio.
Forse è questo il lascito più silenzioso di Angelo Del Bon: insegnare che un paesaggio, una figura o un interno non devono imporsi per forza per restare nella memoria. Basta che siano visti con precisione. Davanti alla trama del colore e alla data 1936, vi è mai capitato di riconoscere quanto una luce laterale cambi il carattere di una stanza o di una veduta? Questa opera di Angelo Del Bon, olio su tela del 1936, permette di avvicinarsi proprio a quella pazienza dello sguardo.