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Un piccolo formato del 1968 e lo sguardo di Orfeo Tamburi

A prima vista è poco più di un foglio: 15 per 20 centimetri, una misura che oggi associamo a un appunto o a una fotografia. Per chi conosce la pittura di Orfeo Tamburi, però, un formato così raccolto può contenere un intero modo di guardare. Orfeo Tamburi tecnica mista indica qui un’opera datata 1968, registrata con queste dimensioni e questa definizione tecnica: non un quadro da trattare come un semplice complemento d’arredo, ma una piccola soglia sull’ultima stagione di un artista che fece della città, delle sue architetture e dell’esperienza del viaggio una materia pittorica. Il valore culturale di un lavoro simile sta anzitutto nella sua scala: costringe l’occhio ad avvicinarsi, a seguire il segno e gli equilibri tra campiture, tracce e superficie. In un’epoca attratta dai gesti monumentali, Tamburi continuava a dimostrare che anche pochi centimetri possono avere il respiro di una veduta.

Chi era Orfeo Tamburi?

Orfeo Tamburi fu un pittore e disegnatore nato a Jesi nel 1910, formatosi a Roma e legato a una pittura figurativa moderna, attenta soprattutto al paesaggio urbano.

La sua biografia non comincia in un atelier protetto. Dopo il diploma tecnico lavorò come decoratore in una fabbrica di porcellane; nel 1928 si trasferì a Roma, frequentò il liceo artistico di via Ripetta e poi l’Accademia di belle arti. La biografia di Orfeo Tamburi nel Dizionario Biografico degli Italiani ricorda gli anni di ristrettezze, i molti disegni eseguiti lungo il Tevere e nelle periferie romane, e un fatto rivelatore: prima ancora della fama, il disegno era per lui un esercizio quotidiano e una necessità concreta.

Roma gli offrì amicizie intellettuali, riviste, esposizioni e una prima appartenenza al clima della Scuola romana; ma fu Parigi, visitata nel 1935, a dare un peso decisivo al confronto con Cézanne. Nelle vedute di Tamburi la città non diventa mai veduta turistica: case, tetti, finestre, argini e cantieri sono organizzati in rapporti di volumi. Il soggetto resta riconoscibile, ma ciò che conta è l’ossatura, il modo in cui una facciata chiara spinge contro un’ombra o una strada conduce l’occhio verso il margine del foglio.

Il piccolo formato non è una pittura minore

Un’opera di 15 x 20 centimetri richiede sintesi: ogni linea, intervallo e variazione di tono pesa più che su una superficie ampia.

Non sappiamo, dai dati disponibili, quale soggetto rappresenti precisamente l’opera del 1968 né quali materiali compongano la tecnica mista; sarebbe scorretto dedurlo dalla sola denominazione. Possiamo però dire perché il piccolo formato sia una chiave utile per leggerla. Su una superficie limitata il pittore non può affidarsi alla quantità: deve scegliere. Una massa scura può essere una parete, un’ombra, un albero o soltanto un contrappeso visivo; il bianco del supporto può restare attivo e diventare luce, aria, distanza.

Il termine “tecnica mista” non designa una ricetta unica. Indica la compresenza di materiali o procedimenti diversi, che possono produrre opacità, trasparenze, granulosità e segni più o meno rapidi. Per chi osserva, la cosa importante è non trasformare questa definizione in un elenco inventato: senza esame diretto e documentazione non è possibile stabilire se vi siano, per esempio, acquerello, gouache, inchiostro o altri interventi. È invece lecito attendersi una superficie meno uniforme di quella di un dipinto a olio tradizionale, dove il passaggio della mano può restare più vicino, quasi fisicamente percepibile.

Dettaglio dell’opera Orfeo Tamburi tecnica mista del 1968
Nel piccolo formato la lettura ravvicinata della superficie diventa essenziale.

Perché Roma e Parigi contano nel suo linguaggio?

Roma gli insegnò a guardare la città vissuta, mentre Parigi rafforzò in lui l’idea della costruzione pittorica attraverso volumi e colori.

Negli anni Trenta una veduta urbana poteva ancora sembrare un genere tranquillo, quasi decorativo. Tamburi le tolse quell’innocenza. I suoi luoghi non sono cartoline: prendono forma attraverso impalcature, muri spogli, prospettive spezzate e profili che hanno la solidità di cose toccate ogni giorno. La fonte Treccani segnala l’influenza iniziale della Scuola romana e il peso di Corot e Cézanne; sono coordinate più utili di una formula di stile, perché spiegano l’incontro tra atmosfera e costruzione.

Quella formazione emerge anche quando il soggetto non è identificabile a colpo sicuro. Un buon modo di avvicinarsi a una Orfeo Tamburi tecnica mista è cercare prima i rapporti: chiaro e scuro, pieno e vuoto, verticale e orizzontale. Solo dopo viene il desiderio di nominare ciò che si vede. È un’abitudine lenta, lontana dalla fruizione odierna delle immagini su schermo, che scorrono senza opposizione sotto il pollice.

Che cosa significa guardare un’opera datata 1968?

Un lavoro del 1968 appartiene a un momento in cui la pittura italiana discuteva con forza i propri linguaggi, tra persistenza della figura, ricerca astratta e nuove pratiche artistiche.

Non è necessario attribuire a Tamburi un’adesione a movimenti che i dati dell’opera non documentano. Conta piuttosto il contesto: verso la fine degli anni Sessanta l’idea stessa di quadro era sottoposta a pressioni nuove. Il grande formato, l’oggetto, la fotografia, la performance e l’arte concettuale modificavano il campo. In questa situazione, continuare a lavorare su carta o su supporti piccoli e con una grammatica visiva legata alla realtà significava anche difendere una concentrazione diversa.

Il 1968 non rende automaticamente “politica” ogni immagine prodotta allora. Sarebbe una scorciatoia. Rende però più interessante chiedersi che cosa resti della città quando non la si rappresenta come cronaca immediata: la sua geometria, il ritmo delle aperture, le superfici consumate, l’impressione di un percorso. Tamburi aveva attraversato guerre, trasformazioni urbane e stagioni culturali molto diverse; la sua continuità non va confusa con immobilità, ma con fedeltà a un problema visivo.

Come si legge una tecnica mista su carta o supporto leggero?

Si legge avvicinandosi senza fretta, distinguendo il disegno dalla macchia e osservando come la luce incontra la superficie.

Una tecnica mista può essere fragile proprio dove appare più spontanea. Carte e supporti assorbono in modo diverso; alcuni materiali possono opacizzarsi, altri restare più lucidi, altri ancora reagire alla luce e all’umidità. Per questo non è consigliabile esporre a lungo un’opera su carta alla luce solare diretta, né collocarla in ambienti umidi o soggetti a forti sbalzi di temperatura. Non è una premura eccessiva: è il minimo necessario per non accelerare ingiallimenti, ondulazioni o alterazioni della superficie.

  • Guardare l’opera prima da una distanza di uno o due passi, per coglierne l’impianto generale.
  • Avvicinarsi poi per riconoscere segni, sovrapposizioni e zone lasciate respirare.
  • Non dedurre i materiali dalla sola fotografia: la resa digitale appiattisce rilievi e assorbimenti.
  • Proteggerla dalla luce diretta e dall’umidità persistente.
  • Usare, quando appropriato, materiali di montaggio e cornici adatti alla conservazione.

Queste attenzioni sono parte della storia materiale dell’opera, non un capitolo tecnico separato. Una pittura così piccola si fa incontro ravvicinato: il gesto di chinarsi, l’ombra del proprio corpo sulla cornice, il tempo necessario a rimettere a fuoco sono già modi di conoscerla.

Tamburi fu soltanto un pittore di vedute?

No: le vedute furono centrali, ma la sua attività comprese disegno, illustrazione, collaborazioni editoriali e lavori in diversi contesti espositivi.

Ridurre Tamburi a un pittore di scorci urbani significherebbe perdere la varietà del suo mestiere. La sua collaborazione con Curzio Malaparte, ricordata da Treccani, tocca anche il campo editoriale e dell’illustrazione; inoltre espose più volte alla Biennale di Venezia dopo la prima partecipazione del 1936. Il disegno, in questo percorso, non è una fase preparatoria da mettere in secondo piano: è un modo autonomo di pensare per linee e ritmi.

La presenza del suo nome in repertori dedicati a opere su carta e multipli, come la scheda di Orfeo Tamburi della Galerie Champetier, ricorda quanto sia utile distinguere sempre tra pezzo unico, grafica e riproduzione. Una distinzione che non è pedanteria da catalogo: cambiano la tecnica, il rapporto con la mano dell’artista, la numerazione eventuale e le informazioni da verificare. La pagina enciclopedica su Orfeo Tamburi nei musei italiani può offrire un primo orientamento generale, da affiancare alle fonti storico-biografiche e all’osservazione diretta dell’opera.

Particolare dell’opera di Orfeo Tamburi datata 1968
Un’opera di scala raccolta chiede allo sguardo di rallentare.

Un quadro piccolo può cambiare una parete?

Sì, se è collocato in modo da conservare la sua distanza di lettura e da non essere soffocato da oggetti più rumorosi.

Un’opera di 15 x 20 centimetri non deve fingere di essere grande. Appesa isolata o accostata a pochi lavori scelti con cura, può creare un punto di pausa in una stanza: vicino a una libreria, sopra un piano di lavoro, in un passaggio dove lo sguardo abbia il tempo di fermarsi. La cornice, se presente o da scegliere, non dovrebbe competere con la superficie; il suo compito è delimitare e proteggere, non imporre un’epoca estranea al foglio.

Chi cerca quadri e opere da parete incontra spesso il pregiudizio opposto: che l’impatto dipenda soltanto dalle dimensioni. Il piccolo formato insegna invece una lezione domestica molto concreta. La presenza non è rumore. È densità: quella qualità per cui, tornando nella stessa stanza, si scopre ogni volta un margine, un vuoto o una linea rimasti inosservati.

La forza di un lavoro come questo sta dunque nel riportare l’attenzione a un gesto semplice: sostare davanti a una superficie limitata e lasciarle il tempo di parlare. Vi è mai capitato di riconoscere, in un piccolo disegno o in una veduta urbana, il momento preciso in cui una macchia d’ombra smette di essere sfondo e diventa lo spazio intero? Per osservare da vicino questo dialogo tra misura raccolta, datazione e tecnica, si può guardare l’opera di Orfeo Tamburi del 1968.

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